Sunday, September 5, 2010

Nell'ampio salone sono riunite le più importanti e notevoli testimonianze della storia rionale.

Sulle pareti di sinistra  ed in quella di fronte i cinque Palii vinti compreso quello della prima edizione del 1959, accanto ai drappi rossi si può notare il drappo della Gualdana d'Estate, competizione tra i rioni che veniva corsa in Agosto, mentre accanto al primo Palio, le lance in ceramica con la punta dorata rappresentano il premio per la conquista della Bigorda D'oro, che si corre la seconda Domenica di Giugno con la stessa formula del palio.

 

Si può ammirare inoltre il palio dipinto dal Prof. Lenzini, mentre nell'angolo una preziosa scultura in ceramica rappresentante i 'Quattro cavalieri dell'Apocalisse' dono del prof. Carlo Zoli.

Nella grande vetrina al centro della sala sono esposti i costumi più rappresentativi della sfilata storica, alcuni dei quali risalenti alle prime edizioni del Palio. I costumi in esposizione sono stati realizzati traendoli, con ricerche storiche ed iconografiche, da dipinti del XV secolo, questi costumi ed armature vengono indossati dai rionali e portati nel corteo storico lungo le vie cittadine fino al campo di gara, il giorno della disputa del Palio.

 

I quattro scudi appoggiati alla parete di fronteportano al centro uno smalto del Prof. Alfredo Visani raffiguranti le quattro porte che si aprivano nelle mura antiche del Borgo.

 

Un pannello in ceramica dono del Maestro Tampieri orna la parete, l'opera del 1963 è un trittico che raffigura le allegorie del Buon Governo, Le opere di Pietà ed i Frutti della Terra.

 

Nella vetrina sulla destra le numerose riproduzioni della Torre Civica, ognuna delle quali rappresenta una vittoria; quelle dorate sono vittorie equesri, quelle d'argento sono vittorie ottenute nella specialità a coppie, che è la gara più importante del torneo degli sbandieratori. Al vincitore viene inoltre assegnata una botte con cinquanta litri di vino Albana, perciò una piccola botte posta ai piedi della bacheca reca la targhette con gli anni vincenti.

 

In alto sulla parete d'ingresso sono stati collocati gli strmmi dei Cavalieri che hanno corso il Palio per il Rione Bianco.

 

Accanto alla porta le lance dei Palii vinti, mentre alle travi sono appese le bandiere usate dagli sbandieratori dal 1959 ad oggi.

 

Nel loggiato si aprono altre tre sale: la sala dei costumi, dove sono conservati gli altri costumi ed accessori che completano il corteo storico, quì viene effettuata anche la creazione e la manutenzione degli stessi.

Nella biblioteca è conservato l'archivio fotografico del rione, inoltre vi sono raccolti manifesti riguardanti il Palio e altre manifestazioni italiane ed estere a cui hanno partecipato gli sbandieratori. Libri ed alti testi di ricerca storica sui costumi e sulle tradizioni completano la raccolta.


La Commenda fu probabilmente fondata nella prima metà del XII secolo (il primo documento sicuro è del 1137), anche se le parti più antiche che oggi si vedono risalgono al Duecento (abside e parte del campanile) e al Trecento (portico per il ricovero dei pellegrini sul fianco sinistro).

Venne eretta assieme all'adiacente Ospizio del Santo Sepolcro, per ospitare pellegrini diretti o provenienti dalla Terra Santa; già nel XIII secolo entrò in possesso dei Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme (poi di Malta), che la gestirono sempre attraverso Commendatari, cioè abati cui l'edificio era affidato anche da un punto di vista economico.

Il più illuminato fra i Commendatari fu il milanese Fra Sabba da Castiglione (1480 – 1554), dotto umanista che promosse restauri e chiamò a lavorare vari artisti.

Per i primi va ricordato il rifacimento dell'attiguo chiostro, nel 1525 e per i secondi va citato il grande affresco del catino absidale, fatto realizzare da Fra Sabba nel 1533 a Girolamo da Treviso, di passaggio a Faenza.

In questa, che resta l'opera d'arte più affascinante della Commenda, compaiono – inquadrate in una prospettiva architettonica di raffinato gusto rinascimentale, con paesaggi di sfondo – tre donne (la Vergine con Bambino e San Giovannino, S.Maria Maddalena, con ai piedi l'unguento del Sepolcro, e Santa Caterina d'Alessandria con la ruota dentata simbolo del suo martirio): ad adorarle, sulla sinistra, inginocchiato, sta lo stesso Fra Sabba in "divisa" da frate guerriero: casacca rinascimentale, elmo e spada.

L'altra opera importante è sulla parete di sinistra e consiste in un affresco monocromo, delicatissimo, con Fra Sabba ormai vecchio, presentato da San Giuseppe (patrono della buona morte) alla vergine, mentre a sinistra stanno il Battista e la Maddalena. Sotto, in pietra nera, c'è la sua lastra tombale, con commovente epigrafe latina da lui stesso composta e, ai lati, le figure allegoriche della Pietà e del Silenzio, l'opera è del forlivese Francesco Menzocchi e databile a poco prima del 1554, anno di morte di Fra Sabba.

Sulle pareti ci sono anche interessanti frammenti di affreschi di scuola locale trecentesca.

Fra Sabba, nato a Milano da nobile famiglia, con ogni probabilità nel 1480, dopo gli studi giuridici (interrotti) a Pavia e dopo un soggiorno a Mantova, entrò nell'Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani di S. Giovanni Battista (poi Ordine di Malta) nel 1505.

Da quella data al 1508 fu a Rodi, avamposto cristiano nella lotta contro i Turchi.

Già appassionato ricercatore ante litteram di archeologia, riuscì a procurare, dal suo soggiorno egeo, a Isabella d'Este di Mantova, diversi marmi antichi. Nel 1508, dopo una sosta a Napoli, si trasferirà a Roma dove per sette anni farà vita curiale e avrà modo di coltivare i suoi molteplici interessi culturali che a Rodi aveva dovuto sacrificare.

Nel 1515 venne chiamato alla Commenda di Faenza, incarico che accettò per meglio dedicarsi a quegli studi che tanto amava, lontano dalla mondanità, dagli intrighi delle corti e dalla vita militare.

La Chiesa della Commenda (S. Maria Maddalena), detta anche "Magione", situata nel Borgo Durbecco sulla via Emilia, risaliva al XII secolo e, all'arrivo di fra Sabba, versava in cattive condizioni di manutenzione poiché i precedenti commendatori non l'avevano scelta per propria abitazione e avevano utilizzato le rendite per altri scopi.

Fra Sabba fu un amministratore molto oculato e attento: promosse lavori di totale rifacimento del complesso facendo costruire, a lato della chiesa, l'elegante chiostro rinascimentale, chiamò ad affrescare l'abside della chiesa Girolamo da Treviso, scelse la chiesa come luogo della sua sepoltura e sulla parete di sinistra fece scolpire una epigrafe funebre incorniciata da un grande affresco a chiaro scuro di Francesco Menzocchi.

I suoi interessi di studio e di collezionista diedero origine ad una biblioteca, purtroppo oggi dispersa, e ad una raccolta di cimeli artistici, i cui pezzi superstiti sono conservati alla Pinacoteca Comunale di Faenza (busto di San Giovannino, urna cineraria d'alabastro, il San Girolamo penitente, il tavolo intarsiato da Fra Damiano da Bergamo).

Figura con molte sfaccettature quella di fra Sabba: allo stesso tempo tardo umanista cristiano e "riformista" in prima linea nella lotta contro l'eresia, collezionista, esteta e fustigatore della corruzione civile e religiosa dei suoi tempi.

Suo testamento morale e intellettuale sono i Ricordi, raccolta di precetti didascalici indirizzati al pronipote e pubblicati nella versione definitiva nel 1554 a Venezia da Paolo Gerardo; l'opera ebbe un notevole successo con venticinque edizioni fino al 1613, data oltre la quale non venne più pubblicata.

Fra Sabba morì il 16 marzo 1554.